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Niccolò Giordano

Studente Scuola COSPE 2011-2012 

Mi sono iscritto alla scuola COSPE senza sapere assolutamente niente di come funzionasse il mondo della cooperazione internazionale allo sviluppo. Avevo un’idea superficiale anche di chi fosse COSPE, visto che i feedback che avevo a riguardo li avevo captati dal sito, da un breve ma interessante colloquio con il presidente Fabio Laurenzi e da alcuni pareri di amici. Come dicevo, non avevo idea ne’ di come lavorasse COSPE ne’ di come funzionasse la cooperazione o un qualunque progetto di sviluppo; il mio obiettivo era quello di capire quali fossero le dinamiche della cooperazione, coglierne per quanto possibile le varie sfumature ed acquisire gli strumenti necessari per diventare cooperante.

Ho cominciato così a conoscere la ONG non solo dal punto di vista “didattico” ma anche e soprattutto umano: recandomi in via Slataper due volte a settimana ho potuto poco a poco stringere delle relazioni, alcune delle quali davvero belle, con chi lavora nella cooperazione e con i compagni di corso. Per questo consiglio di assistere alle lezioni direttamente in sede, sebbene l’ottimo servizio online dia la possibilità a chi non può venire a Firenze o a chi preferisce stare fuori dal coro, di seguire le lezioni in pigiama sul divano…

I moduli li ho trovati ben strutturati, organizzati in modo da alternare le sessioni teoriche a quelle pratiche e di gruppo. Il primo diploma, quello di Collaboratore Qualificato, è un compendio dei concetti base della cooperazione, quindi generico ma estremamente utile per capire cos’è la cooperazione allo sviluppo, quali sono le tematiche guida e come si affrontano. Il diploma di Responsabile di Progetto, più pratico e sostanzioso del primo, fornisce le competenze tecniche per affrontare dettagliatamente tutte le fasi del Ciclo del Progetto, vero fulcro della cooperazione.

I docenti sono molto preparati e, chi più chi meno, coinvolgenti, appassionati e alla mano. Alcuni spiegano bene, altri divagano. Alcuni ispirano, altri annoiano. Alcuni spiegano come “fare cooperazione”, altri come cooperare. Alla fine però tutti contribuiscono, nel loro insieme, a fornire un’ampia visione sull’argomento.

Dalla scuola COSPE si esce arricchiti, questo è indubbio. Per la mente scorrono le fasi del Project Cycle Management, i formati dell’Unione Europea e del Ministero degli Affari Esteri, le percentuali, gli appunti scritti e quelli pensati, le esperienze, disillusioni e speranze dei compagni di corso e dei docenti, le parole strane e straniere quali advocacy, empowerment, ownership, il plurilinguismo, la sostenibilità e la partecipazione, i diritti umani, l’accesso all’acqua, il land grabbing, le pari opportunità, il fund raising, il razzismo, il multiculturalismo, la globalizzazione in tutti i suoi aspetti, la storia della cooperazione, il passato, presente e futuro del Mondo.

Infine una critica, perché senza non ci sarebbe sviluppo: riecheggiano ancora le parole pessimiste (c’è  chi dice realiste) della maggior parte dei docenti sulle scarse prospettive future del cooperante, visti gli enormi tagli economici alla cooperazione. E’ come se, nel tentativo di voler essere ben (e talvolta troppo) schietti, si volesse troncare sul nascere le speranze e le aspettative future del neofita della cooperazione. O è forse una ulteriore scrematura? Ne rimarrà soltanto uno, quello/a più ostinato/a!

E’ giusto non illudere, certo, ma sarebbe anche meglio smettere di infondere, in chi ha deciso di investire il proprio tempo, denaro e ottimismo in un futuro migliore, quella sensazione di precarietà che ormai conosciamo fin troppo bene. Precarietà che, mi rendo conto, crea assuefazione…

Ad ogni modo, complimenti a tutti!

A distanza di quattro anni Niccolò lavora oggi come progettista agronomo per Treedom S.r.l.